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  QUEEN - Il 24 novembre 1991, il cantante dei Queen moriva di aids. La stampa lo snobbava, il pubblico lo osannava, così nacque un mito.   

Il 20 aprile 1992, i Queen, o meglio, quel che restava dei Queen: Brian May, Roger Taylor, John Deacon - tennero un concerto allo stadio di Wembley in memoria di Freddie, per sostenere, come il grande assente avrebbe voluto, la campagna di informazione e prevenzione sull’Aids. Vennero invitati gli interpreti più popolari e celebrati del circo rock, ai quali fu offerto il campionario impressionante dei successi dei Queen. C’erano tra gli altri David Bowie, George Michael, Robert Plant, Axl Rose, Annie Lennox, Liza Minnelli, Elton John, Seal, Gary Cherone. Il confronto con l’interprete originale fu impietoso per molti. Qualcuno rimediò addirittura la figura del dilettante. E non fu per difetto d’enfasi. Piuttosto apparve evidente, soprattutto per chi aveva sempre osservato i Oueen dall’alto verso il basso, l’elemento essenziale del successo planetario della band e dei suoi inni da stadio. E cioè che Freddie Mercurv possedeva una voce potente, brillante, dall’eccezionale estensione e dall’ancora più assortita gamma espressiva. Virtù che, sulla scena, accompagnava con la gestualità e la mimica di un attore hollywoodiano, di raro magnetismo. E che in studio di registrazione esercitava, se possibile, con ancor più potere, facendo apparire irresistibili canzoni che, senza la sua 

voce - spesso duplicata su più piste con diversi colori di intonazione - probabilmente avrebbero appena superato la soglia della decenza.  Ma tutto questo non spiega, se non in minima parte, l’entità del fenomeno Mercury. C’è altro, molto più coinvolgente sul piano emotivo, a decretarne la grandezza e l’unicità.  Freddie era gay, e sebbene mai lo avesse ammesso pubblicamente - alzando un muro invalicabile di privacy attorno alle proprie relazioni, quelle brevi e tempestose come l’ultima e più duratura con Jim Hutton, ex proprietario dì una boutique, che avrebbe ereditato la maggior parte del suo patrimonio - disseminò tracce abbondanti ed esplicite di omosessualità nella messinscena live e nei videoclip dei Queen. Come quello indimenticabile di I want to break free dove il cantante, top rosa e gonnellino, seni finti, scarpe coi tacchi a spillo e parruccone, manovra l’aspirapolvere canticchiando soave "voglio essere libero, voglio scappare". Mercury gioca a ironizzare sulla sua vera natura, come gli è capitato mille volte prima con gli abiti sgargianti e i tanti travestimenti esibiti in pubblico attraverso il suo "doppio" artistico. E tutti accettano la regola del suo gioco, magari anche inconsciamente, fingendo di non capire che Freddie è veramente omosessuale. Tanto quello che conta è ben altro: condividerne il sogno eversivo di libertà. Ed è un sogno che Freddie seppe sospingere con tanto impeto, passione e generosità, e con tale fantasia intuitiva sul piano della comunicazione, da far scivolare in secondo piano la sua stessa, logorante fragilità. -certe volte mi sveglio la mattina e penso, mio Dio, non vorrei essere Freddie Mercury oggi- si legge in una sua biografia. E invece ogni giorno, fino all’ultimo giorno, volle essere Freddie Mercurv. Tanto discreto nel privato come esibizionista in pubblico.Persino negli ultimi mesi di vita  

quando, minato dalla malattia, trascorreva intere giornate a letto, nella casa di Montreux affacciata sul lago, per riservare le poche, residue energie allo studio di registrazione -gli effetti delle sua caparbietà finiranno sull’album postumo Made in Heaven - e alle cene con gli amici. A dieci anni dalla scomparsa, il mercato discografico è stato inondato di tutto quel che Mercury ha prodotto in carriera. Con e soprattutto fuori dai Queen. Esemplare, in questo senso, è il monumentale cofanetto The solo collection, che comprende i tre cd ufficiali - Mr Bad Guy, Barcelona e The great pretender -, due raccolte dei suoi singoli, e ancora The instrurnentals, tre dischi di rarità, un cd con l’intervista a David Wigg - uno dei pochi giornalisti con i quali riuscì a stabilire un rapporto di stima - e due Dvd, The video collection e The untold story, la vera stòria (mai raccontata) del cantante. E più risuonano le sue canzoni, la sua voce, le sue parole, più se ne intuisce il livello eccezionale di professionalità e di dedizione al lavoro. Mercury era angosciato dal suo stesso mito, e paradossalmente faceva ogni sforzo per alimentarlo. E se cercava di mitigarlo attraverso il filtro dell’ironia, come Bohemian Rhapsody sta a testimoniare che già nel lontano 1975, non tutti lo capivano. Men che meno i critici musicali. Freddie Mercury è morto, ma il venditore di sogni si è preso la rivincita anche su di loro..

Il mondo ricorda il genio di Zanzibar



Cofanetti dlscògrafici. trasmissioni televisive, musicol.Il mondo dei media ha tributate a Freddie Mercury l'omaggio adeguato nel tredicesimo  anniversario della morte. La EMI ha pubblicato in quasti gìoni l'ìntero catalogo discografico di Mercury, compreso il cofanetto Collection 73-00, mentre BBC  Radio 1 manda in onda una serie di trasmissini intitolate The Mercury tapes, con interviste inedite con il cantante. Rinviato invece il musical I love Freddie, che doveva esordire il 25 novembre del '2001, un problema legato ai diritti delle canzoni ha bloccato per il momento il progetto. Mel C e la star dell’opera Russell Watson, in collaborazione con MC Harvey dei So Solid Crew, hanno inciso una cover di Bohemian rhapsody. Mercury è stato ricordato anche da Canal Jimmy il 24 novembre 2001, alle 16.50, il canale satellitare ha mandato in onda We will rock you, un concerto live registrato dai Queen nel 1981 al Forum di di Montreal
 

 

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