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Il 20 aprile
1992, i Queen, o meglio, quel che restava dei Queen: Brian May,
Roger Taylor, John Deacon - tennero un concerto allo stadio di
Wembley in memoria di Freddie, per sostenere, come il grande
assente avrebbe voluto, la campagna di informazione e
prevenzione sull’Aids. Vennero invitati gli interpreti più
popolari e celebrati del circo rock, ai quali fu offerto il
campionario impressionante dei successi dei Queen. C’erano tra
gli altri David Bowie, George Michael, Robert Plant, Axl Rose,
Annie Lennox, Liza Minnelli, Elton John, Seal, Gary Cherone. Il
confronto con l’interprete originale fu impietoso per molti.
Qualcuno rimediò addirittura la figura del dilettante. E non fu
per difetto d’enfasi. Piuttosto apparve evidente, soprattutto
per chi aveva sempre osservato i Oueen dall’alto verso il basso,
l’elemento essenziale del successo planetario della band e dei
suoi inni da stadio. E cioè che Freddie Mercurv possedeva una
voce potente, brillante, dall’eccezionale estensione e
dall’ancora più assortita gamma espressiva. Virtù che, sulla
scena, accompagnava con la gestualità e la mimica di un attore
hollywoodiano, di raro magnetismo. E che in studio di
registrazione esercitava, se possibile, con ancor più potere,
facendo apparire irresistibili canzoni che, senza la sua |
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voce - spesso duplicata su più
piste con diversi colori di intonazione - probabilmente avrebbero appena
superato la soglia della decenza. Ma tutto questo non spiega, se non in
minima parte, l’entità del fenomeno Mercury. C’è altro, molto più coinvolgente
sul piano emotivo, a decretarne la grandezza e l’unicità. Freddie era gay,
e sebbene mai lo avesse ammesso pubblicamente - alzando un muro invalicabile di
privacy attorno alle proprie relazioni, quelle brevi e tempestose come l’ultima
e più duratura con Jim Hutton, ex proprietario dì una boutique, che avrebbe
ereditato la maggior parte del suo patrimonio - disseminò tracce abbondanti ed
esplicite di omosessualità nella messinscena live e nei videoclip dei Queen.
Come quello indimenticabile di
I want to break free
dove il cantante, top rosa e gonnellino, seni finti, scarpe coi tacchi a spillo
e parruccone, manovra l’aspirapolvere canticchiando soave
"voglio essere libero, voglio
scappare". Mercury
gioca a ironizzare sulla sua vera natura, come gli è capitato mille volte prima
con gli abiti sgargianti e i tanti travestimenti esibiti in pubblico attraverso
il suo "doppio"
artistico. E tutti accettano la regola del suo gioco, magari anche
inconsciamente, fingendo di non capire che Freddie è veramente omosessuale.
Tanto quello che conta è ben altro: condividerne il sogno eversivo di libertà.
Ed è un sogno che Freddie seppe sospingere con tanto impeto, passione e
generosità, e con tale fantasia intuitiva sul piano della comunicazione, da far
scivolare in secondo piano la sua stessa, logorante fragilità.
-certe volte mi sveglio la mattina
e penso, mio Dio, non vorrei essere Freddie Mercury oggi-
si legge in una sua biografia. E invece ogni giorno, fino all’ultimo giorno,
volle essere Freddie Mercurv. Tanto discreto nel privato come esibizionista in
pubblico.Persino negli ultimi
mesi di vita
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quando, minato dalla
malattia, trascorreva intere giornate a letto, nella casa di
Montreux affacciata sul lago, per riservare le poche, residue
energie allo studio di registrazione -gli
effetti delle sua caparbietà finiranno sull’album postumo
Made in Heaven
- e alle cene con gli amici. A dieci anni dalla scomparsa, il
mercato discografico è stato inondato di tutto quel che Mercury
ha prodotto in carriera. Con e soprattutto fuori dai Queen.
Esemplare, in questo senso, è il monumentale cofanetto
The solo collection,
che comprende i tre cd ufficiali -
Mr
Bad Guy,
Barcelona
e The great
pretender -, due
raccolte dei
suoi singoli, e ancora
The instrurnentals,
tre dischi di rarità, un cd con l’intervista a David Wigg - uno
dei pochi giornalisti con i quali riuscì a stabilire un rapporto
di stima - e due Dvd,
The video collection
e The untold
story, la vera
stòria (mai raccontata) del cantante. E più risuonano le sue
canzoni, la sua voce, le sue parole, più se ne intuisce il
livello eccezionale di professionalità e di dedizione al lavoro.
Mercury era angosciato dal suo stesso mito, e paradossalmente
faceva ogni sforzo per alimentarlo. E se cercava di mitigarlo
attraverso il filtro dell’ironia, come
Bohemian Rhapsody
sta a testimoniare che già nel lontano 1975, non tutti lo
capivano. Men che meno i critici musicali. Freddie Mercury è
morto, ma il venditore di sogni si è preso la rivincita anche su
di loro..
Il mondo
ricorda il genio di Zanzibar
Cofanetti dlscògrafici. trasmissioni televisive, musicol.Il
mondo dei media ha tributate a Freddie Mercury l'omaggio
adeguato nel tredicesimo anniversario della morte. La EMI
ha pubblicato in quasti gìoni l'ìntero catalogo discografico di
Mercury, compreso il cofanetto Collection 73-00, mentre BBC
Radio 1 manda in onda una serie di trasmissini intitolate The
Mercury tapes, con interviste inedite con il cantante. Rinviato
invece il musical I love Freddie, che doveva esordire il 25
novembre del '2001, un problema legato ai diritti delle canzoni
ha bloccato per il momento il progetto. Mel C e la star
dell’opera Russell Watson, in collaborazione con MC Harvey dei
So Solid Crew, hanno inciso una cover di Bohemian rhapsody.
Mercury è stato ricordato anche da Canal Jimmy il 24 novembre
2001, alle 16.50, il canale satellitare ha mandato in onda We
will rock you, un concerto live registrato dai Queen nel 1981 al
Forum di di Montreal
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